26/11/2004

Scritto in corpo 12

Non siamo tutti d’accordo, Fainberg. Personalmente non considero la lingua, intesa come linguaggio ovcors, (puntualizzo, chè sto per fare un miserello gioco di parole) uno strumento, non più di quanto consideri tali le nostre mani, i nostri neuroni, il nostro sangue, il nostro sesso. La lingua è la nostra identità, multipla o molteplice, frantumata, scissa, mutevole, composita oppure (e non ci credo ma qui non si tratta di fede) compatta, univoca, solida, stabile, unitaria o altro che sia. E siccome siamo in naturale relazione gli uni con gli altri, ritmiamo la relazione parlandoci o no, scrivendoci o no (con un mezzo o con un altro), toccandoci e guardandoci o meno, ma siamo sempre interamente noi stessi in quella relazione. Tutto insieme: quello che sappiamo di essere, quello che crediamo di essere e quello che non conosciamo e che, magari, è invece sotto gli occhi di tutti. Anche quando fingiamo con tutti i crismi e le attenzioni e pensiamo di imbarcare il prossimo. E anche quando crediamo di sgamarlo. Insomma, siamo una sineddoche. O magari pure un ossimoro o una sinestesia. Una qualche specie di creatura linguistica.

A me non verrebbe in mente di dire/scrivere che “ci serviamo” della parola, come non mi verrebbe in mente di dire/scrivere che per andare a far la spesa mi servo delle gambe, semmai mi servo dell’auto, del carrello. Se telefono a qualcuno non dico che mi servo delle mani o delle orecchie ma dell’apparecchio. Se penso, non dico che mi sto servendo del cervello. Dirlo/scriverlo, significherebbe che o sto adottando una figura retorica, una tecnica stilistica (qualcosa di culturalmente appreso e m-editato) per ottenere un certo effetto espressivo (mettendomi in relazione con chi ascolta/legge) oppure che ho qualche problema cognitivo, legato, per esempio, ad alterazioni neuronali e, in tal caso, la patologia investirebbe la mia intera persona e le mie relazioni.

Se un giorno non potrò più parlare e magari neanche leggere e scrivere, la mutilazione investirà tutta me stessa, per intero la mia identità. Dovrò ridefinire chi sono, altro che fare a meno di uno strumento, per quanto fondamentale. E se non avrò più accesso nemmeno al Logos nella mia testa, alla Lingua, sarò proprio un’altra persona e se ci sarà qualcuno accanto a me, la sua relazione con me saranno tutti cazzi suoi e non di grande qualità.

La mia lingua, insomma, è tanto strumentale quanto lo sono io. Che poi uno non sia davvero padrone di se stesso e che, in generale, l’Io non sia padrone a casa sua, non inficia l’identità lingua-persona.

Senza contare che, se si parla di strumento, c’è chi ha sostenuto che, semmai, è la persona ad essere strumento della lingua e non viceversa.

Ho parlato di lingua senza mai distinguere, dichiaratamente, fra parlare e scrivere.

Da quanto precede consegue, mi pare, e abbondantemente, che la scrittura m-editata non è meno “me stessa” di quella alla svelta. Come non sono meno me stessa , qualunque roba sia questa “me stessa”, quando chiacchiero con mia madre mentre lavo i piatti, quando spiego Marinetti o Ariosto alla classe o quando scrivo qui o altrove. L’altro legge in continuazione le mie parole e, se mi vede, legge anche il resto del mio corpo. Il resto. Se la parola è scritta non per questo il mio corpo non si vede. La scrittura, anche questa qui che non è fatta a mano, ha la sua materialità corporea che costruisce la relazione.

Quando non controlliamo le parole (parlando o scrivendo, non importa) la relazione sembra diventare “più autentica” solo perché rischiamo di più di esporre parti o sentimenti di noi che nemmeno sapevamo di avere (il che, va da sé, ci turba non poco) e che l’altro nota a questo punto con più facilità, leggendoci più chiaramente e immediatamente di quanto vorremmo.

Ma l’altro ci legge anche quando stiamo lì a punteggiare per venti minuti una frase, nel senso che legge non solo “cosa” scriviamo ma il “come è” del nostro mondo personale. E’ vero, il lettore ne sa sempre più dello scrittore e ciascuno di noi si scrive in continuazione, ciascuno di noi è sempre un testo.

Scrivere veloce sul blog, magari non rileggere, ci espone all’errore, non grammaticale o di ortografia, ma all’errare delle nostre parti senza controllo. E mica sempre il risultato è la leggerezza, anzi.

di caracaterina | 26/11/2004
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