30/08/2006

L'uso della parola

Ma poi uno che ne fa, chiedo, delle parole che gli avanzano, che non stanno dentro alle ceste consegnate dai contesti, delle parole fuori orario, ovunque inopportune, di quelle non necessarie, nate in più? Di quelle  che non devono né vogliono servire, che non con-versano, che non (si) con-vertono, di quelle fuori uso, quelle clandestine, quelle senza lavoro regolare,  quelle sanspapiers? Di quelle che sfuggono, che  si ri-versano, che si ammalano, che appaiono sulle spiagge senza costume, neppure quello adamitico? Di quelle inventate, quelle che se non ci fossero le dovrebbero inventare, di quelle che mai e poi mai te lo saresti immaginato, quelle che non stanno al gioco, quelle  antipatiche, quelle  senza maniglie e senza maniglioni antipanico, quelle senza briglie, quelle che hanno tirato troppo la corda e quelle che la corda l’hanno tagliata, quelle naufragate, quelle isolate? Di quelle troppo ribelli ma  che non vanno al confino, di quelle che sconfinano, scaturite senza preavviso, scatturate, non capite, non ancora captivae, altrimenti destinate a incattivire, quelle incomprese, non prese?

Uno, dunque, che ne fa? Le affoga come nelle campagne i gattini ciechi? Le abbandona sull’autostrada? Le alleva  per le scommesse dei pitbull? Le dimentica maltrattate e promiscue nel centro provvisorio di accoglienza del cassetto? Le svende per pagare gli scafisti stampanti scambisti? Le soffoca nel sonno prima dell’alba? Le nasconde  alla vergogna come un tempo i figli handicappati? Le storpia e le manda agli angoli delle strade a chiedere l’elemosina dei malformati? Le punisce in un collegio di madeleines e maddalene? Le sotterra dentro ai vasi del basilico?

Dice quello: E io che ne so? Purché non mi trovi anche loro fra i piedi mentre vado al supermercato, o a molestarmi fermo al rosso dei semafori. Purché non bevano birra sul marciapiede  davanti al portone che apro la sera per portare  il cane fuori a pisciare, purché  non schiamazzino sulle panchine dei giardini davanti alla stazione mentre compro il giornale, la mattina, prima di prendere il treno per andare a lavorare.  Purché siano invisibili e silenziose,  che non inquinino la poca aria, già viziata, che respiro e che non mi rovinino le ferie al mare.

Come se la rete fosse proprio un tabulato reticolo da misure lineari, da normali vie cittadine o, al più, da atlante geografico aggiornato. Come se fosse, al massimo, una geometria da carta nautica,  un planetario da museo delle scienze e della tecnica o, addirittura, un rotolo di calcoli nelle memorie di Cape Canaveral.

          (Il pre-testo si trova qui, presso Lapardaflora che non me ne vorrà, credo) 

di caracaterina | 30/08/2006
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